E’ un mistero comprendere perché il calcio eserciti sui bambini italiani una così profonda attrazione.
Al di là delle diverse estrazioni culturali, sociali, economiche l’aspirazione di tutti è prendere a calci appena possibile un pallone.
Gli scenari sono molteplici: cortili, oratori, strade, per i più fortunati veri campi di calcio, ma per tutti l’innata gioiosa passione.
Gli adulti poi, dato che non possono più praticare questo sport, ne fanno un argomento di culto.
I bar, gli ambienti di lavoro, diventano teatro di violente discussioni e valutazioni che spesso hanno ben poco a vedere con la semplicità di questo gioco.
La passione e l’ignoranza generano enormi malintesi.
Le figure più avvilenti tuttavia sono gli allenatori delle squadre giovanili.
Non tutti, ma una parte sì.
Personaggi per lo più non gratificati dall’attività lavorativa, riversano le proprie energie e le proprie aspirazioni nella presunta passione e vocazione di allenare squadre giovanili di calcio.
Le società si approfittano di questo tragico malinteso, per retribuirli poco o per niente e per realizzare i programmi.
Silvestro, a sua insaputa, entrò in questo meschino meccanismo.
Silvestro è un bel ragazzo, atletico, alto, intelligente.
La sua estrazione sociale lo fa apparire meglio o peggio di altri.
Dipende da come lo si osserva.
Figlio di una maestra elementare e di un venditore di generi alimentari in un piccolo paesino dell’Appennino Emiliano, con tutti i privilegi e i limiti che derivano da questa strozzatura culturale.
Gli obblighi della scuola imposti dalla famiglia, il buon comportamento, la furbizia consentita dalle origini e la passione per il calcio.
Le lezioni di musica solo un dovere.
Il calcio, ma il calcio!
A Silvestro piaceva proprio.
Con le ragazzine della sua scuola appariva un piccolo eroe.
Mai maleducato, non bisogna rovinare i rapporti, perché altrimenti nel negozio di papà non vanno a comprare.
Studente discreto, generoso (passava tutti i compiti di latino) e giocatore della squadra giovanile di calcio del paese.
Marinella gli voleva un gran bene, lui se ne approfittava ma non poteva fare a meno di lei.
Il problema maggiore è che era un terzino sinistro e quel coglione del suo allenatore lo voleva far giocare mezzala.
Che disgrazia.
Brutte figure, poca applicazione nella scuola, litigi con Marinella e suo padre che era un vecchio mediano, dimensione gladiatore, gli diceva che giocava male.
Solo il parroco, Don Romolo, salesiano dai modi antichi, tifosissimo dei canarini modenesi trovò la soluzione.
Don Romolo, col suo cuore preciso da ferroviere.
Perché mai un gioco che deve essere divertimento, generare armonia, nel fragile equilibrio adolescenziale se male interpretato porta tensione e malumore?
Silvestro, allora, capitano della squadra dell’oratorio, terzino sinistro, incaricato delle conclusioni a rete in una porta che non è quella del suo campionato.
La terza porta, dove magari non si fa mai gol ma si intravedono soluzioni migliori.
Da quando Silvestro negli spazio di tempo può giocare all’oratorio Marinella è contenta, suo padre dice che voleva un figlio proprio così, la professoressa di latino lo indica tra i suoi allievi migliori.
Don Romolo lo rimprovera a volte perché salta la messa.
Quando ritorna in Toscana, dove è nato suo padre, agli amici del borgo dice che la scuola va bene, che vuol fare l’università, ha una ragazza meravigliosa e fa dei gran gol.
Nella terza porta.
“O bischero” gli dice Adriano “a calcio si gioca solo con due porte”.
Silvestro, pensa a Don Romolo, alla felicità ritrovata e si lascia sfuggire un sorriso.

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